D’Antin si era disperato troppo presto.
Ma meno male che la fortuna aveva smesso di girare per lui. Le riflessioni fatte nei momenti di disperazione, scrive nel suo journal intime nel 1707, sono materiale per costruire un giorno un buon edificio. Piangete, dunque. Il dolore é conoscenza: si diventa saggi solo a colpi di sfortuna. Non è una novità ma c’è molto di più. Si acquisisce quel NIHIL MIRARE che ero proprio dell’imperturbabilità del dandy. Senza arrivare ai livelli di Henri de Marsay ( in Balzac, freddo e impassibile nella stanza bianca bagnata del sangue dell’amante) mantenere una calma tranquillità è un esercizio che si impara a colpi di bastonate. Come diceva Machiavelli: il mondo è degli spiriti freddi. Più farai il giro di idee, di facce e di storie e più avrai un esprit imperturabile. Un’ armatura per essere invulnerabile. Questo, almeno, è quello che speri. La calma è del saggio così come l’equilibrio, e questo è un fatto che si ha con l’esperienza. Ma c’è dell’altro: il calmo è colui che ha conosciuto troppo. E che è troppo disgustato per agitarsi. Così non gli resta che il piacere catastematico, il piacere libero dal dolore. Il tumulto dei sensi ha fatto il suo tempo.
L’ideale sarebbe un tumulto all’anno con relativo piacere catastematico infrasettimanale.

Pensa che io dispenso piacere catastematico ogni giorno: normalmente parto con 5 mg di piacere catastematico x 4 – 5 volte al giorno.
Beh, vale anche di più!
Da quando ho deciso di basare la mia vita pressochè esclusivamente sul piacere catastematico (salvo alcuni momenti di liberatorio piacere cinetico) tutto mi sembra più bello e degno.
In realtà credo che la cosa più importante non sia abbuffarsi di piacere (qualunque esso sia e di qualunque tipologia sia), ma avere uno o più scopi nella vita, non scopi “a termine” ma asisntotici (tendenti cioè all’infinito), e godere nel raggiungerli giorno dopo giorno.
La consapevolezza rende liberi, anche di sapersi accontentare.
E’ più o meno l’idea della felicità per i philosophes del ’700: la felicità è non non consumarsi nel desiderio ma puntare a una tranquilla serenità. Certo, però, che i libertini si divertivano di più
Numericamente parlando forse si, ma è un divertimento troppo “pieno” che imho a lungo andare stanca e lascia vuoti (proprio come succedeva a Nanà).
Sai invece che VERA goduria essere abituati al piacere catastematico ed ogni tanto lasciarsi andare ad un piacere più “brutale”?
Lo si gusta infinitamente di più quell’attimo, a mio modo di vedere ; )
Senz’altro. Il libertinaggio solo del piacere stanca e logora se dura troppo. Ma il libertinaggio intellettuale (cioè il piacere della seduzione, della strategia ecc ecc) è molto meno logorante.
Concordo, anche se tanta gente mi dice che mi faccio troppe seghe mentali, e che a volte l’ignoranza è un bene.
In realtà l’ignoranza è una scelta, che tento di non fare mai.
W il libertinaggio intellettuale!